January 5, 2021
November 4, 2020

Divina Monica

Dopo lunga assenza, torna sulle pagine di Vogue Italia Monica Bellucci. Fotografata a Firenze per uno speciale dedicato alle sontuose creazioni alta moda di Dolce & Gabbana

Nel servizio di Sebastian Faena Monica Bellucci posa tra i marmi, i gessi e gli attrezzi di un telier di scultura dei primi dell’800. Un omaggio all’artigianalità italiana, interpretato dalla nostra più celebre diva.

Monica Bellucci in una foto di Sebastian Faena, styling Sofia Achaval. Abito di tulle con corsetto e strascico e applicazioni di fiori in organza e velluto. 

Gli abiti di questo servizio fanno parte della collezione Dolce&Gabbana Alta Moda, presentata a settembre a Villa Bardini, a Firenze. Tessuti e lavorazioni sono ispirati ai colori e ai fiori del parco di Villa Bardini e all’architettura fiorentina. Si ringrazia la Galleria Romanelli di Firenze.

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October 14, 2020

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October 5, 2020

Con Helmut Newton la Bellucci è stata pugilatrice e cameriera.  Sposa e fustigatrice. Dominata e dominante.  La diva ricorda «quello scambio muto tra un genio che leggeva qualcosa di me,  e io che gli permettevo di leggerlo»

In una suite fiorentina Monica Bellucci ride mentre litiga con le cialde e la macchinetta, cammina sotto una volta affrescata, si stupisce di tanto lusso, serve il caffè. Curiosa in modo astuto e intelligente, passerebbe il tempo a far domande, piuttosto che sentirne di nuove. Intorno agli occhi ha un trucco scuro, «ancora quello di ieri sera», dice con disinteresse, e neppure un filo di occhiaie che a Helmut Newton – l’ha scritto nell’autobiografia – piacevano tanto perché le considerava confessioni esplicite di autoerotismo. Gentile e colma di sé, appare a suo agio nel suo non essere mai completamente a suo agio, consapevole del doppio sogno che vive chiunque la incontri, scomposta e ricomposta sulle pareti corticali, che fatica.  Parla volentieri. Esclama «vafanculò», con una effe sola e l’accento, quando racconta della scelta di portare in Grecia il suo monologo su Maria Callas. E di recitarlo, aiutata dai sottotitoli, direttamente in italiano: «Una lingua stupenda che purtroppo viaggia troppo poco: vaf….!».

Si fa scappare che in Italia, ora come ora, ci tornerebbe a vivere volentieri. Programma per il momento sospeso perché c’è un nuovo film da girare a Parigi: Les fantasmes. Che guarda caso, in francese, vuol dire “fantasie”. Indossa una tutina nera che le fascia il corpo, sempre più esile e slanciato di quanto il sogno mediterraneo che incarna lasci immaginare. Ha piedi che hanno fatto l’amore con la tomaia delle scarpe firmate, migliaia e migliaia di paia. Caviglie che Helmut Newton ha voluto nude, per cingerle poi con speroni da cavallerizza, frustino in mano, in una primavera del 2001 a Monte Carlo per il servizio di Vogue Italia che riproponiamo in queste pagine. «Otto anni prima c’era stata la campagna per Blumarine a Nizza, pubblicata nel libro A Gun for Hire. Il lavoro per Vogue Italia è stato invece incluso nella raccolta Sex and Landscapes», ricorda Matthias Harder, direttore della Fondazione Newton. Monica ripercorre quei giorni, la memoria dei particolari è un po’ stinta, la verità di fondo no: «Gli uomini, artisticamente intendo, mi hanno molto amata, Helmut incluso, e non saprei dire perché. Agli uomini devo tutto».

Quando pensa a Newton, che fermo immagine vede?

Una scena in bianco e nero, e un uomo di ottant’anni con una forza vitale gigante, accattivante, con diecimila idee al minuto, a dimostrazione che l’età, quando c’è il fuoco, scompare.

Quali ingredienti aveva quell’energia?

Sensualità, capacità di guardare con occhi acuti. Una forza che assorbiva e dava, e immortalava la mia maturità ancora acerba.

E lei, materia malleabile tra le sue mani.

Quando mi sento rispettata divento così, disposta a giocare: un gioco molto rischioso e molto alto.  Sono passati quasi quarant’anni dal suo debutto, venti da quelle foto.

Che pasta espressiva possiede il suo corpo, adesso?

Quello di una donna adulta che è maturata, come fa la frutta. Questo è un argomento totalmente nuovo, sa? La novità di noi donne che pur senza la giovinezza biologica dei vent’anni abbiamo una femminilità e una sensualità che continua, nel cinema come nella vita.

Ha appena terminato le riprese di un film su Anita Ekberg, che è dolorosamente sfiorita, eccome.

Il regista Antongiulio Panizzi non voleva fare un film sul corpo, quanto sul mestiere dell’attrice, su cosa la spinge a entrare in un ruolo o no, sul divismo di ieri e di oggi. Il nostro è un lavoro metafisico, che non ha biglietto da visita, non è medico, né architetto né avvocato. A Parigi emblematicamente ci chiamano mademoiselle per tutta la vita: puoi essere sposata, avere cinquemila figli, e sei sempre signorina.

Osano anche con lei?

Certo. È come se fossimo di dominio pubblico. Come se non facessimo parte del disegno del tempo.

La prima volta davanti all’obiettivo di Newton, nel 1993, lei che donna era?

Stavo fluttuando. Stavo cercando. Lasciavo un periodo fatto di viaggi e moda, che conoscevo bene, per passare al cinema, che non conoscevo affatto e dove avrei potuto schiantarmi. Avevo un amore, a Roma, e non m’ero ancora trasferita in Francia. Due anni dopo ho girato il mio primo film a Parigi, L’appartement: ho incontrato Vincent, e il film ha ottenuto il Bafta come miglior pellicola in lingua non inglese.

(continua)

L’intervista integrale è su Vogue Italia, in edicola dal 6 ottobre

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September 11, 2020
August 21, 2020

Monica Bellucci: “They know my name, but not who I really am”

  

interview in greek

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July 18, 2020

«Ogni volta, entrando in palcoscenico, mi chiedo: perché?!? Ho la tachicardia, provo un mix di paura-piacere-angoscia-effervescenza… Ma questa artista e donna è così appassionante che, in qualche modo, ti dà la forza di impersonarla. Mi sono buttata nell’esperienza teatrale senza esitazione, anche se per me era la prima volta». La “temeraria” è Monica Bellucci; “l’artista e donna” è la Divina, il soprano per eccellenza di tutti i tempi: a lei è dedicato il monologo Maria Callas. Lettere e memorie di Tom Volf (già regista del docufilm Maria by Callas). Applaudito a Parigi, debutterà da noi al Festival dei Due Mondi di Spoleto, il 27 agosto.

«L’allestimento dello spettacolo è minimalista, agile (c’è solo un divano) e potrà girare dappertutto: finora l’ho recitato in francese, però posso replicarlo in italiano e in inglese. Indosso un vestito appartenuto alla cantante: è come se la sua anima mi accompagnasse» spiega l’attrice che, proprio nel 2020, celebra i trent’anni di carriera.

Ecco: perché? Perché mettersi di nuovo in gioco, su un terreno sconosciuto?
Tom è arrivato a casa mia in ottobre e mi ha invitato a leggere le parole – toccantissime – scritte da Maria per Onassis. «Cosa senti?» mi ha chiesto. Ne ero stata trascinata… Ho detto subito: ok! D’istinto. E sono stata ripagata: il contatto diretto con il pubblico offre emozioni fortissime e, per me, in qualsiasi aspetto della vita, è importante tenere alto l’entusiasmo.

Per quale motivo Volf l’ha associata alla Callas?
Sapete che non gliel’ho chiesto? Giuro! Lui è francese e lei all’estero viene percepita come un’italiana: ha abitato a lungo qui, è stata sposata con un veronese (l’imprenditore Giovanni Battista Meneghini, ndr), la sua fama è esplosa alla Scala… Magari l’ha collegata a me per la mediterraneità.

Oddio, non è che il soprano fosse l’immagine della solarità…
Guardate che le mediterranee non sono necessariamente solari! Hanno una dualità spiccata: da una parte sono passionali, dall’altra timide. Uniscono una grande sensualità e un fondo di riservatezza, un’aria un po’ da Madonna…. Prendiamo Stefania Sandrelli, per esempio.

In Mozart in The Jungle c’è una scena in cui lei racconta a Gael García Bernal: «Stavo parlando con Maria Callas, mi hai domandato se sono folle».
Pazzesco, no? Nella serie americana impersonavo un soprano e, tre anni dopo, è arriva questa proposta… Si vede che era nel mio cammino.

Crede alle coincidenze?
Mah, a volte succedono cose inspiegabili… Bisogna credere alle fate, piuttosto: non dobbiamo perdere la fiducia che hanno i bambini nella magia. Crescendo diventiamo più freddi, materialisti, cinici, incapaci di sognare. Forse gli attori hanno un privilegio: un rapporto con la realtà “toccato” dalla fantasia, sfiorato da quell’attitudine infantile che serve per creare. Un’attitudine particolarmente importante in questo momento storico, in cui siamo sovrastati da qualcosa che è più grande di noi.

Una tragedia epocale. E un anno perso, secondo qualcuno.
Niente è mai perso… Un anno di dolore, e il dolore fa male, però fa crescere. Ci fortifica. In certi casi siamo diventati più aperti e più rispettosi verso il prossimo, ci siamo resi conto di quanto siamo interdipendenti: tutti abbiamo necessità di tutti. No, non ho avuto nessuna “folgorazione” nei mesi passati, soltanto la conferma della mia convinzione che le cose importanti sono poche, e sono quelle: la famiglia e gli amici.

Come ha impiegato le lunghe giornate?
Non ho avuto neppure un secondo per me! Niente libri, niente tv, mi ritrovavo in vestaglia ancora alle quattro del pomeriggio… Deva ha quasi 16 anni e ormai è indipendente, ma Léonie (le figlie nate dal matrimonio con Vincent Cassel, ndr) ne ha 10 e quindi ho dovuto seguirla parecchio nelle lezioni a distanza, dalla mattina fino al pomeriggio. Mi sono resa conto di quanto sia incredibile il lavoro degli insegnanti: se avevo rispetto per la scuola, adesso ce l’ho al cubo!

Ha trascorso il confinamento sulla costa francese, nella casa accanto a quella del suo ex marito con la nuova famiglia.
Sì, così le bambine potevano stare sia con me sia con il padre. Quando una relazione finisce, i rapporti devono rimanere intelligenti perché i figli stiano bene. Io, avendo cominciato come modella, ero una nomade strutturale, di continuo tra hotel e aerei. Oggi devo ponderare bene. La vita è così, bisogna sapersi trasformare, adeguare, rinascere. Una metamorfosi continua.

E in che fase era quando è scattato il lockdown?
Piena di impegni. Un film dei fratelli Foenkinos in pre-produzione – che è stato rimandato… a settembre – e uno ormai in dirittura d’arrivo, manca una settimana di lavorazione: The Girl in the Fountain di Antongiulio Panizzi, scritto da Paola Jacobbi e Camilla Paternò.

La ragazza nella fontana? Di che parla?
È la storia di un’attrice cui viene chiesto di impersonare Anita Ekberg: per decidere se accettare o meno, si documenta attraverso le pellicole, le interviste… Gli spettatori riscopriranno la figura di questa interprete svedese, a volte – e a torto – sottovalutata: nel nostro immaginario è legata essenzialmente a Federico Fellini e a La dolce vita, mentre quando arrivò in Italia era già nota in America, aveva vinto un Golden Globe come miglior emergente nel 1956. Sarà interessante il confronto tra cosa significa essere un’attrice nel XXI secolo e cosa erano le star degli anni Sessanta.

Maria & Anita, all’apparenza quanto di più lontano tra loro…
In verità alcune cose le accomunano: il senso di libertà e la tendenza a seguire il loro cuore. La Callas ha lottato per poter essere se stessa in modo sincero e con purezza d’animo, a cominciare dalla decisione di separarsi in un’epoca in cui il divorzio non era concesso. Questa sua schiettezza, questo suo essere aperta l’ha resa vulnerabile.

Ha qualcosa da insegnare alle donne di oggi?
Resta una fonte d’ispirazione perché ha lavorato sul suo talento, ha “creato” se stessa. È diventata quello che voleva essere. Ha vissuto di passioni, di sensazioni forti, vere, profonde, si è presa rischi… Non sarebbe mai stata la stella che è stata se non avesse avuto fede cieca in sé.

E per la Bellucci quanto ha contato la fede in sé?
Mi sono sempre sorpresa delle occasioni che mi si offrivano, dai servizi di moda ai ruoli cinematografici. E mi stupisco ancora perché a 20-30 anni non avrei mai immaginato che – a 55 – avrei avuto ancora la possibilità di essere in contatto con questo mondo.

Procede più d’impulso o con progettualità?
Entrambe le cose. Agire d’istinto è bello, però nel momento in cui hai figli devi usare il raziocinio, non sei l’unica che sarà coinvolta dalla scelta. Comunque non ho uno schema: arrivano progetti e rispondo sì o no… Talvolta ho assecondato con morbidezza le occasioni che si presentavano, altre volte sono andata a cercarle: ho cominciato il cinema in Italia, dopo un po’ mi sono trasferita in Francia, lì è successo quello che è successo…

Che è successo?
Nel 1996 ho girato il primo film francese, L’appartamento (sul set ha conosciuto Cassel, ndr), ne sono seguiti altri e nel 2000 è arrivato il primo americano, Under Suspicion, con Morgan Freeman e Gene Hackman. Subito dopo Malèna di Tornatore (per me è stato importantissimo) e i due Matrix. Nel 2003 sono stata chiamata come madrina a Cannes. Nel 2004 sono diventata Maria Maddalena per Mel Gibson in La passione di Cristo. Un puzzle di circostanze che si sono combinate, un impegno ha portato l’altro e oggi sono qua…

Per citare Francesco Guccini: il tempo prende o il tempo dà?
Dà e prende. Mi ha dato due figlie in tarda età…

Via, aveva 40 anni.
…mi ha dato l’esperienza, la tranquillità di agire con coscienza invece che con incoscienza. Mi ha tolto quel che toglie a chiunque, però non vorrei assolutamente tornare indietro: sono assai curiosa di vedere come saprò affrontare le prossime esperienze. A 55 anni guardi l’esistenza da un’altra prospettiva. Più equilibrata.

E cosa contribuisce al suo equilibrio?
Forse il tentativo di inseguire quel che mi fa stare bene e sentire viva, nel privato e nel lavoro. Ascoltare cosa mi suggeriscono il cuore, l’anima. Assicurarmi che le mie figlie siano felici. Aderire ai progetti che mi piacciono e, se sto con un uomo, starci soltanto fino a quando sento qualcosa. In breve: il rispetto di me stessa.

Se dovesse tracciare il bilancio dei 30 anni di carriera?
Direi: non è colpa mia! (e giù una risata)

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