July 2, 2022

Dopo tantissimi film, solo un paio d’anni fa – quando ha trovato il progetto giusto – Monica Bellucci ha esordito a teatro. In quanto al cinema, in autunno la vedremo nei panni di Altea, l’eterna fidanzata di Ginko, nel secondo Diabolik dei Manetti bros. «Mi piace sperimentare», dice l’attrice. Che, oltre al cinema, ha un’altra grande passione: i bambini. Tanto che, confessa, avrebbe potuto lavorare con loro

di CRISTINA LACAVA

Elegante e anticonformista, coraggiosa, bellissima: è Altea, duchessa di Vallenberg, l’eterna fidanzata dell’ispettore Ginko, il poliziotto che da sempre dà la caccia a Diabolik, e da sempre ne esce sconfitto. Per chi ha amato – e ama ancora il fumetto delle sorelle Angela e Luciana Giussani, non è una sorpresa scoprire che Altea, nel film Diabolik – Ginko all’attacco! (nelle sale dal 17 novembre), il secondo capitolo della saga dei Manetti bros., avrà il volto di Monica Bellucci. Altea è Monica; ne ha il fisico, la forza, la risolutezza, il voler smentire i cliché in modo naturale, quasi senza accorgersene.

Monica Bellucci in Diabolik

Eppure, a dirglielo, l’attrice si schermisce e ride: «Non sai mai perché i registi ti scelgono» dice. Ne parliamo – in anteprima per iO Donna – con Monica Bellucci in una chiacchierata distesa, nonostante gli impegni pomeridiani che la attendono: organizzare una merenda con le amiche di Leonie, 12 anni, e seguire, a rispettosa distanza, gli ultimi giorni di studio di Deva prima del diploma. Le figlie, ovviamente, hanno la priorità.
Ma c’è tempo anche per parlare della nuova sfida cinematografica. E delle altre che l’attendono.

Quando i Manetti bros. l’hanno chiamata, conosceva già Diabolik?
Certo. Come tanti della mia generazione, ho imparato a leggere sui fumetti, facevano parte di noi, da bambini ce li scambiavamo. Aggiungo che ho amato moltissimo il primo Diabolik dei Manetti bros., sono rimasti fedeli al fumetto ricostruendo fedelmente l’atmosfera, l’eleganza e quella lentezza che è l’opposto della velocità di oggi. Non è un film veloce e vuoto, è un film pieno di sguardi, di costumi, di recitazione. Vederlo è stato un tuffo nell’infanzia, un tuffo felice.

Monica Bellucci in Diabolik – Ginko all’attacco! nelle sale a novembre.

Monica Bellucci: «Altea non ha paura di niente»

Parliamo di Altea. Chi è la duchessa di Vallenberg?
Altea è stravagante, anticonformista, non ha paura di niente e tanto meno di Diabolik, appartiene a un ceto che non ha scelto ma ama un poliziotto e la disparità sociale rende questo amore impossibile, anche se lui è una persona speciale. Lei glielo ripete spesso: tu non sei un semplice poliziotto, sei il migliore. Ginko e Altea hanno la stessa energia di Diabolik ed Eva Kant ma hanno scelto di stare dalla parte del bene. Indirizzano questa forza verso un obiettivo opposto a quello della coppia criminale.

Altea, Eva: in Diabolik le donne sono importanti.
Nei film dei Manetti ancora di più. Le attrici sono tutte meravigliose, sono felice di far parte del secondo episodio.

Quali altri impegni ha?
Sto girando in Italia Mafia Mama, una commedia al femminile di Catherine Hardwicke con Toni Collette, scritta benissimo. In autunno riprenderò la tournée teatrale di Maria Callas – Lettere e memorie, torneremo in scena a Parigi, entro la fine dell’anno saremo a New York e Los Angeles.

Lei ha girato più di 60 film. In teatro, invece, ha esordito solo un paio di anni fa, proprio con Maria Callas. Come mai?
Un po’ dipende dalla mia natura: sono una persona molto tranquilla, vivo nel mio mondo. Il mestiere di attrice invece mi espone. Con il teatro, questa esposizione è molto più forte, e non me la sono mai sentita. Fino a quando mi è stato proposto il progetto sulle lettere di Maria Callas; erano così intense e profonde, descrivevano una femminilità così devastata… Non potevo dire di no.
La sfida era difficile da affrontare, mi faceva quasi paura. Ma l’ho superata, e sono contenta, perché mi ha permesso di crescere. Pensi che siamo partiti con un adattamento in francese, nel 2020, poi sono arrivati quelli in italiano e in inglese. Recitare sul palco in tre lingue è un lavoro pazzesco. Quando torni al cinema, è una sensazione di aria fresca.

L’attrice: «Ho voglia di sperimentare»

Dopo tutti questi film, cos’è che la spinge a continuare?
Non lo so. Ho una grande passione e credo di dover ancora imparare. Basti pensare al teatro, con la mia prima volta a 55 anni. Forse ho voglia di sfide nuove, di sperimentare. Magari arriverà un momento in cui mi allontanerò dolcemente dal set, dicendo grazie e arrivederci.

Speriamo di no.
Perché? Sarà bello, quando sarà il momento. Penso di essere stata molto fortunata a fare l’attrice oggi. In precedenza non era così.

Si riferisce ad Anita Ekberg, che ha interpretato in The Girl in the Fountain?
Per fortuna è cambiata un’epoca. Quando la freschezza della gioventù ha abbandonato Anita Ekberg ma anche Maria Callas, per entrambe è iniziata una fase durissima nella carriera e nella vita personale. Senza la bellezza legata all’età biologica, una donna perdeva la sua identità, soprattutto se era nel mondo dello spettacolo. Oggi abbiamo carriere più lunghe e un ruolo diverso nella società, abbiamo più rispetto per noi stesse e siamo rispettate. Una volta non avrebbero chiesto a una donna di 57 anni di interpretare Altea.

Lei ha due figlie: Deva, 17 anni e mezzo, e Leonie, 12. Che cosa si augura per loro?
Devono scoprire la loro passione e seguirla. Come genitore, puoi solo aiutare a portare avanti la loro scelta. Deva ha cominciato con la moda, e mentre va a scuola fa servizi fotografici. Aver iniziato così presto a mettere un piede nel mondo del lavoro era qualcosa che serviva a lei. Aveva bisogno, credo, di staccarsi dalla rete familiare e conquistare la sua indipendenza. Si diverte, sta andando verso una strada che la stimola e la fa sentire più adulta.
Leonie ha scoperto il teatro, ha superato un’audizione, si è iscritta a una scuola e ha partecipato con gioia alla sua prima rappresentazione. Le mie figlie hanno età diverse e sono altre persone rispetto ai genitori. Ma entrambe hanno sicuramente una forte sensibilità artistica. Come la esprimeranno in futuro, non si sa.

«L’attrice: «I bambini mi sono sempre piaciuti moltissimo»

Da madre di due adolescenti, darebbe qualche consiglio ai genitori?
No, perché non ci sono regole. Tutti cerchiamo di fare del nostro meglio e tutti sbagliamo. La cosa più importante, secondo me, è mantenere il filo della comunicazione. La vita porterà i figli da un’altra parte, ma quel filo permetterà alla relazione di andare avanti. Bisogna creare un clima di fiducia, e avere capacità di adattamento. Non è facile, perché i percorsi di vita cambiano, ma proprio per questo è necessario.

Quanto è importante per lei la dimensione materna?
I bambini mi sono sempre piaciuti moltissimo, se non fossi stata un’attrice forse avrei lavorato nel mondo dell’infanzia. Anche se, in qualche modo, proprio il mestiere di attrice mi fa restare legata a questa dimensione. Gli occhi dei bambini, così luminosi, sono meravigliosi. Poi la vita ci cambia, ci mette dei filtri di protezione davanti.

Monica Bellucci è Altea, duchessa di Vallenberg, l’eterna fidanzata dell’ispettore Ginko, in Diabolik – Ginko all’attacco!. Qui con Valerio Mastandrea, nei panni dell’ispettore Ginko.

Con Deva e Leonie, parla di questo periodo così difficile?
Ne parliamo, certo, possiamo fare solo questo. Ma ne parlano molto anche a scuola. La pandemia mi ha fatto scoprire l’importanza degli insegnanti e della scuola. Guardando le mie figlie collegate tutto il giorno, mi sono resa conto della grande responsabilità che hanno gli insegnanti, gli unici adulti che i bambini vedono con continuità oltre ai genitori, figure terze che li aiutano a crescere e ne favoriscono l ‘indipendenza. Che siano una buona guida è fondamentale non solo per l’apprendimento ma per aiutare i bambini a comunicare con gli altri e con se stessi.

Monica Bellucci: «La femminilità cambia e ti devi adattare»

E lei, come vive questa fase?
Questo senso di precarietà può mettere ansia, ma può anche spingere ad adattarci e a farci apprezzare la quotidianità. Viviamo sempre nella proiezione del futuro o nel rammarico del passato, ma questa situazione troppo più grande di noi ci fa capire l’importanza del momento.
Vedendo le mie figlie crescere, ho capito che hanno più bisogno di me adesso, sia Leonie nella sua preadolescenza, sia Deva che si sta trasformando in donna. Sento che la mia presenza è importante e posso dargliela. Ma non basta, è importante che i figli vedano che stai bene come donna, come persona.

Che cos’è oggi per lei la femminilità?
La vita ti trasforma, la femminilità cambia e ti devi adattare. Ognuno si adatta a suo modo e con i suoi tempi. Se saremo di nuovo qua a parlarne tra vent’anni, attraverseremo un’altra fase e ci adatteremo anche a quella. Per fortuna cambiano anche le necessità e quel che chiedi al tuo corpo oggi non è lo stesso che chiedevi a vent’anni. Hai esigenze diverse rispetto a quando eri più giovane e non è solo una questione esteriore. Cambi anche dentro e alla fine trovi il tuo equilibrio. Almeno, lo cerchi.

E la maternità?
Ancora oggi per molte donne è un ostacolo, sul lavoro. La maternità è una ricchezza sociale, va protetta da un sistema che non è ancora a punto. C’è una trasformazione in meglio che coinvolge anche gli uomini: finalmente stanno entrando nel nostro mondo, sono collaborativi, soprattutto i giovani. Dobbiamo solo lasciare che il tempo faccia il suo cammino e cercare di essere fiduciose.

Tornerà a vivere in Italia?
Non lo so, non è detto che non succeda. Ma ci vengo spesso in Italia, anche se abito a Parigi: ho le mie amiche, la famiglia. Vivo l’attimo, non faccio programmi.

iO Donna ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Published by Admin
June 29, 2022

Photographer: Sabine Villiard, Stylist: Barbara Baumel, Makeup Artist: Letizia Carnevale, Hair Stylist: John Nollet, Manicurist: Typhaine Kersual

Published by Admin
May 19, 2022

Robe en dentelle, Dolce & Gabbana. Collant Falke. Collier Réflexion, en or gris et diamants, Cartier. Escarpins Christian Louboutin. Thiemo Sander

On découvrira bientôt Monica Bellucci en Anita Ekberg au cinéma dans The Girl in the Fountain, d’Antongiulio Panizzi. Pour Madame Figaro, perruque blonde et lentilles bleues, elle s’est de nouveau glissée dans la peau de l’emblématique héroïne de La Dolce Vita, Palme d’or à Cannes en 1960. Moteur !

Elle vient de retirer son fourreau Balmain, sa perruque d’or, ses lentilles bleues, mais sa voix «bain de miel» nous téléporte immédiatement dans la fontaine de Trevi. Pourtant, la plus internationale des actrices franco-italiennes a depuis bien longtemps brisé son image de bombe latine. Derrière elle, une soixantaine de longs-métrages, des films d’auteur aux blockbusters, en passant par les comédies et les séries télévisées… et à 57 ans, la bellissima n’arrête pas. Elle rentre de Rome, où elle va tourner une comédie avec la réalisatrice américaine Catherine Hardwicke, Mafia Mamma, avec Toni Collette. Le lendemain, elle part pour Istanbul, où elle joue au théâtre Lettres et Mémoires, de Maria Callas, sous la direction de Tom Wolf. Ce spectacle, où Monica Bellucci lit les lettres intimes de la «voix d’or», a connu un tel succès à Paris qu’elle voyage avec lui partout en Europe, et bientôt à Londres, New York et Los Angeles.

Celle qui fut la première James Bond girl de 50 ans entre aujourd’hui dans la peau d’un autre destin fracassé, celui d’Anita Ekberg dans The Girl in the Fountain, d’Antongiulio Panizzi. Ni biopic ni documentaire, c’est un jeu de miroirs entre deux divas… et trois femmes : Anita, Sylvia (son personnage dans La Dolce Vita) et Monica. «C’est un peu comme une master class, explique-t-elle, le processus d’une comédienne pour interpréter un rôle. On la voit se demander si elle doit accepter ou pas, comment aborder le personnage, faire des recherches sur elle, se préparer avec son coach, avec le réalisateur, travailler son accent. En même temps, le public la redécouvre à travers mes yeux. Il y a des retours en arrière, des images d’archives.» C’est aussi une mise en abyme de deux époques et de deux star-systèmes : celui des années 1950 et celui d’aujourd’hui.

«Grâce à ces femmes, celles de ma génération ont beaucoup appris, poursuit Monica. Notamment à nous défendre. À cette époque, quand on avait perdu sa jeunesse et sa fraîcheur, le cinéma, c’était fini. C’est ça le grand changement. Aujourd’hui, les carrières sont longues… En Europe toutefois. Regardez Helen Mirren, Judith Dench, Catherine Deneuve, Nathalie Baye, Isabelle Huppert, Fanny Ardant… Mon âge m’ouvre des portes, me permet d’aborder des rôles nouveaux, plus variés. À l’époque d’Anita, je n’aurais tout simplement plus eu la possibilité de travailler. Dans mon dernier film, Memory, de Martin Campbell, un thriller d’action avec Liam Neeson, j’ai vraiment voulu casser les codes. Pour la première fois, je joue une vraie dure, une femme de pouvoir. J’ai pris du poids, accentué mes cernes. S’amuser à s’enlaidir, voilà le privilège de l’âge.»

Monica et… Anita

«Ses parents auraient mérité le prix Nobel d’architecture», raillait l’acteur Bob Hope. Pourtant, rien ne prédestinait Kerstin Anita Ekberg, née en 1931 à Malmö, en Suède, dans une famille de huit enfants, à crever l’écran. Élue Miss Suède en 1950, elle rate le titre de Miss Univers, mais fait carrière à Hollywood et reçoit même le Golden Globe en 1956 pour son rôle dans Blood Alley, où elle partage l’affiche avec John Wayne et Lauren Bacall. «Lorsqu’elle arrive en Italie pour tourner La Dolce Vita, elle est déjà une star, raconte Monica. Belle, blonde, moderne, libre, avec sa décapotable achetée avec son argent. Celle que Frank Sinatra surnommait l’iceberg choquait beaucoup l’Italie catholique de l’après-guerre. Pourtant, elle a choisi d’y rester.»

Mais la dolce vita finira pas se terminer pour Anita Ekberg, morte en 2015 dans un hospice, seule et sans argent. «Même si elle a tourné d’autres films, dont deux avec Fellini (Boccace 70 et Intervista), on l’a toujours ramenée à la fontaine de Trevi, une scène devenue iconique du cinéma mondial. La Dolce Vita lui a donné la notoriété mais est devenue sa prison, regrette Monica. Pourtant, elle avait du talent. La vie a tellement griffé la femme que l’artiste a disparu. Mais même lorsqu’elle raconte sa détresse, il y a chez elle une espèce d’ironie, de légèreté, d’innocence qui l’a sûrement aidée à survivre. Elle dit que les hommes lui ont tout pris et que son film intime s’appelle La Vie amère. J’espère que notre film lui redonnera le respect qu’elle mérite.»

Monica et… Fellini

«Hélas, je ne l’ai jamais rencontré, mais avec The Girl in the Fontain, c’est un peu comme si j’avais tourné La Dolce Vita. (Rires.) Bien sûr, c’est une référence. Son cinéma, qui oscille toujours entre rêve et réalité, m’a beaucoup inspirée. Notamment La Dolce Vita, Huit et demi, Les Nuits de Cabiria… Fellini savait sublimer les femmes dans leur différence. Giulietta Masina, Anouk Aimée, Anita Ekberg… Aucune ne se ressemblait, contrairement aux héroïnes hitchcockiennes, mais il les aimait toutes et chacune est magnifique à sa manière. Je viens de ce cinéma italien-là. De cette matrice, celle de Rossellini, Vittorio De Sica, Visconti. Celle d’Anna Magnani, de Monica Vitti… Pour en revenir à La Dolce Vita, en dehors du film, évidemment mythique, qui a reçu la Palme d’or en 1960, pour moi, cela représente vraiment le glamour, la fête jusqu’à cinq heures du matin, la jeunesse d’après-guerre qui s’amuse en réaction aux douleurs de la guerre. Mais il y a eu beaucoup de vies brûlées. C’était aussi la grande époque de Cinecittà. Il y avait énormément d’échanges entre nos deux pays… Alain Delon, Annie Girardot, Jean-Louis Trintignant… Tout le monde travaillait en Italie et, à l’inverse, les acteurs comme Marcello Mastroianni ou Claudia Cardinale tournaient souvent en France. Aujourd’hui, c’est différent, mais il y a encore beaucoup de réalisateurs de talent en Italie, comme Paolo Sorrentino, Matteo Garrone ou encore Alice Rohrwacher.»

Monica et… la blondeur

«Une femme blonde attire l’attention, juste de dos. Elle capte la lumière… D’ailleurs, le cinéma est blond. Mes icônes blondes ? Monica Vitti, Marilyn Monroe, Brigitte Bardot et, bien sûr, Anita Ekberg. Je n’ai pas souvent été blonde au cinéma, récemment dans L’homme qui a vendu sa peau, de Kaouther Ben Hania (nommé pour l’Oscar du meilleur film étranger en 2020, NDLR ). J’ai aussi porté une perruque blonde dans la série Dix pour cent ! De toute façon, j’adore la transformation, jouer, c’est mon métier. Pour cette séance, on a repris la perruque de The Girl in the Fountain. Grâce aux mains magiques de John Nollet, on croit vraiment que ce sont mes cheveux. Il m’a expliqué que cette technique artisanale datait de Louis XIV. Il faut un mois pour la fabriquer sur mesure. On la pose comme un gant. Avec un tulle collé à même la peau…» John Nollet complète : «Au cinéma, le cheveu est une partie très importante du jeu, comme un point sur un i. Sur Monica, c’est un blond pale gold, très clair et un peu doré. À Hollywood, le casque blond était un peu plus blanc, presque argenté, car dans les films en noir et blanc, les cheveux devenaient un réflecteur. D’ailleurs, les actrices blondes jouaient souvent avec des partenaires qui ne l’étaient pas pour qu’on ne voie qu’elles. On décolorait et on recolorait… Une vraie torture capillaire. Aujourd’hui, depuis Christophe Robin entre autres, les blonds sont plus profonds et plus naturels… On garde les racines plus foncées pour être raccord avec le teint et les sourcils, donner du relief.»

Monica et… Cannes

«J’y suis allée souvent, comme actrice, maîtresse de cérémonie et même membre du jury. La première fois, c’était en 2000 pour le film Under Suspicion, de Stephen Hopkins. Je me souviens surtout de mon émotion lorsque j’ai monté les marches avec Morgan Freeman et Gene Hackman. Après, bien sûr, je suis revenue pour Irréversible, de Gaspar Noé… Je me souviens de l’émeute, du scandale, de l’amour et de la haine mélangés. Et maintenant, regardez, c’est devenu un film culte. Sans lui, je n’aurais jamais eu le même parcours. Cannes est le plus important festival au monde où des films à petit budget peuvent connaître un grand destin.»

Robe en maille, Balmain. Pendants d’oreilles en platine et diamants, bracelets en platine, diamants et onyx, bague Lignes Essentielles, en or gris et diamants, l’ensemble Cartier Thiemo Sander

Monica et… la maternité

Lors de cette interview, Monica a hâte de retrouver sa fille Léonie, 12 ans, qui ce samedi soir l’attend à la maison. Deva, l’aînée, qui commence sa carrière dans la mode, est à Londres. Monica essaie de lui lâcher la bride sans jamais lâcher prise. «Dans ce domaine, je n’ai aucun conseil à donner. Être mère est un don de soi, et même en tentant de faire au mieux, on ne peut pas éviter les erreurs. Ce qui est sûr, c’est que mes filles sont les personnes qui comptent le plus au monde. Comme je les ai eues tard, j’ai pu travailler moins et leur consacrer du temps, même si parfois, à cause des tournages, je n’ai pas toujours été là au bon moment. Le fait de me voir heureuse, épanouie et passionnée dans mon métier leur donne aussi de la force. Mais, bien sûr, je trimballe avec moi la culture italienne où l’enfant est roi, avec les bons et les mauvais côtés. Je suis très protectrice. Bien manger, bien dormir… ce qu’elles trouvent parfois un peu “soûlant”. D’ailleurs, à la maison, on parle en français mais on se dispute en italien ! Aujourd’hui, je ne sais pas quel chemin suivront Deva et Léonie, mais je sens bien qu’elles ont déjà une indéniable sensibilité artistique. Dans mon dernier film, Memory, je joue une mère négative, tout l’inverse de moi. Au cinéma, un des plus beaux rôles de mère à mes yeux, c’est celui de Sophia Loren dans La Ciociara, de Vittorio De Sica.» (c)

Published by Admin
May 18, 2022
April 18, 2022

Una grande scrittrice e una diva di fama mondiale. Due percorsi lontani, due generazioni diverse. Non si conoscevano: le abbiamo fatte incontrare noi, per parlare della forza creativa del femminile. Hanno raccontato di una mamma artista mancata, di un papà alleato, di bambole e fucili giocattolo, di maternità, dei ragazzi e delle ragazze di domani. E alla fine era come se fossero amiche da sempre

fotografo Luc Braquet

MONICA BELLUCCI Buongiorno, Dacia. Come sta?
DACIA MARAINI Bene, Monica. E lei?
MB Bene. È un grande piacere per me questo incontro. È un onore, davvero, conoscere donne che hanno creato cose belle e importanti come ha fatto lei. Abbiamo bisogno di punti di riferimento. E lei lo è sempre stata. C’è bisogno di donne così: che aiutino le altre ad andare vanti, che diano forza e siano fonte di ispirazione.
DM Spero proprio che sia così, e penso anche che dobbiamo dare sempre più visibilità alle donne. Io distinguo sempre tra l’ammirazione e la stima. Si dice che si ammira una donna, ma l’ammirazione è legata all’aspetto di una persona, mentre la stima riguarda la professione, quello che una persona fa. Ecco, noi donne siamo piene di ammiratori ma manchiamo di estimatori. Io l’ho sempre avvertita questa cosa, e so che accade anche a professioniste, giornaliste. Immagino sia successo anche a lei, che è così bella.
MB Sì che mi è capitato. Credo accada perché, da sempre, tutto è centrato sul nostro aspetto !sico, sul corpo. L’intelligenza, quel che riguarda le capacità di una donna, è sempre stata messa in secondo piano. Forse è accaduto perché per molto tempo siamo state rinchiuse nel mondo domestico, esprimerci socialmente è sempre stato più dif!cile per noi. Ancora oggi in Italia le donne che lavorano fuori casa sono relativamente poche rispetto agli uomini. E io lo dico sempre: le donne che lavorano in casa dovrebbero essere pagate, sono loro a mandare avanti tutto, a seguire l’andamento scolastico dei !gli, ad aiutarli a fare i compiti. L’equilibrio dei bambini è legato alla presenza materna in famiglia. Si tratta di un lavoro sociale importantissimo, eppure non è rispettato.
DM Proprio così, Monica. Fin dai tempi delle prime battaglie femministe io mi sono battuta per questa conquista. Allora si diceva che le donne che stavano a casa non lavoravano, invece fanno un lavoro enorme e gratuito di cui il mondo patriarcale si è sempre servito. È molto comodo avere a casa una donna che fa la moglie, la serva, la balia. C’è una struttura che resiste, e che ha radici profondissime. È la ragione per cui molte donne non riescono a fare carriera. Volevo raccontarti di mia madre, Monica. Scusa, possiamo darci del tu? Mi fa strano darci del lei.

fotografo Luc Braquet

MB Certo, diamoci del tu. DM Mia madre era una pittrice bravissima, straordinaria, ma quando ha avuto noi tre !gli ha smesso di dipingere, non ce la faceva. Non si trattava solo di una questione !sica, c’era un enorme peso psichico: la donna, lo sappiamo, si sente responsabile che i bambini crescano bene, che mangino sano, che vadano a scuola, e così accade che una persona creativa, che ha delle ambizioni, delle doti, anche artistiche come quelle di mia madre, spesso !nisce per rinunciare. A te come è andata?
MB In questo devo ringraziare mio padre per come mi ha sempre parlato, !n da piccola. Mi diceva: sei una femmina in un mondo di uomini e devi stare attenta, perché noi uomini appro!ttiamo del vostro senso materno, del vostro naturale senso a donarsi: ai compagni, ai !gli. È stato un grande insegnamento, assieme a quello di non andare in giro senza soldi. «Puoi uscire con un uomo ma non è detto che lui ti riporti a casa. Devi sempre avere i soldi per il taxi».
DM Straordinario avere un padre così, ha certamente rafforzato il tuo senso di autonomia. Molti uomini, e lui ne è la dimostrazione, sono consapevoli di quello che è realmente la donna, ma tanti altri no, e reagiscono con la violenza al senso di autodeterminazione delle donne. Penso al cosiddetto amore che non è amore, quello che sembra dia diritto al possesso. Quello che fa impazzire il maschio: dice «Ti amo», «Sei mia», e se te ne vuoi andare ti ammazza. È una logica perversa, che vediamo applicata tutti i giorni. Cosa ne pensi?
MB Penso che certi episodi di violenza succedono anche perché le donne non tacciono più. Prima accettavano abusi, che potevano essere !sici o anche solo morali. Oggi, forse perché hanno più indipendenza economica, hanno più coraggio. Possono dire: questa cosa non la accetto, anche se ho dei !gli con te non la accetto. È un comportamento completamente nuovo, e spiazzante per certi uomini. Io però Dacia non mi arrendo: amo ancora tanto gli uomini, e mi piacerebbe trovare un armistizio. La tua è la prima generazione che ha incominciato a urlarle queste cose, la mia ha iniziato a parlarne. Dobbiamo venirci incontro: dare agli uomini la possibilità di comprendere, alle donne di capire che non potrà cambiare tutto da un giorno all’altro.
DM Sì, lo sappiamo: non può cambiare in un giorno, è un condizionamento che dura da troppi secoli. Ancora oggi si istruiscono le bambine !n da piccole, si dice loro che per ottenere qualcosa devono sorridere, sedurre, mentre si insegna a un bambino a essere volitivo, a non piangere, a «non fare la femminuccia».
MB E alla !ne soffrono tutti: le femminucce che devono essere “carine”, i maschi rinchiusi in gabbie dalle quali faticano a liberarsi.
DM Sono stereotipi duri a morire. Tempo fa sono andata a comprare un giocattolo per una mia nipotina e mi hanno accompagnato in un reparto del negozio dove c’erano cucine, bambole, vestitini. Ho chiesto: e se volessi comprare un giocattolo da bambino? Mi hanno mostrato l’altra parte dove c’erano fucili, pistole, carri armati. Non parliamo del passato, ma dell’altro ieri.
MB Un atteggiamento totalmente anacronistico, soprattutto nel mondo di oggi, dove ci sono donne astronaute e uomini che di mestiere fanno la manicure. Siamo in un momento di evoluzione in cui il signi!cato stesso di paternità e maternità sta cambiando.
DM Io l’ho sempre detto: per me la maternità è un fatto culturale, non naturale. Non è che siccome le donne fanno i !gli sono più buone e paci!che. Semplicemente hanno imparato a sublimare. I maschi invece si sono presi il compito di fare la guerra, di mettersi gli uni contro gli altri. Ho detto maschi, ma intendo la società dei padri che è quella in cui ancora viviamo. In questo contesto la maternità e diventata cultura femminile. Lo è diventata, ma non credo sia un fatto naturale.
MB Io penso che, se porti un bambino in grembo, lo accudisci già prima che nasca, e quando poi nasce è normale che tu abbia un attaccamento incredibile a questa creatura: vuoi farla crescere, gli dai amore, e questo amore è naturale.
DM Attenzione, però: l’uomo deve condividere questa cura, questa voglia di proteggere, accudire, nutrire il !glio. Un lavoro che la nostra società ha delegato tutto alle donne: ma si è in due a procreare, non credi?
MB Certo. Qualcosa però sta già cambiando. Vent’anni fa non vedevi gli uomini al parco col marsupio o la carrozzina. Prima lavoravano sempre, i !gli crescevano e del papà vedevano solo l’aspetto autoritario.
DM Quella divisione dei compiti è arcaica. Per molti uomini sta diventando una prigione.
MB Per le donne, poi, una prigione lo è da sempre. Non dobbiamo permettere che la nostra disponibilità e capacità di amare ci distrugga. Conosco donne che si immolano alla maternità, con situazioni in cui i !gli hanno passato i trent’anni e non vanno via di casa, dove vengono accuditi come bambini piccoli. Io credo che ci sia un cambiamento in atto, e che questo cambiamento vada aiutato senza guerra tra i sessi. La tua generazione ha aperto la strada: grazie a voi stiamo cercando un punto di incontro più equilibrato. E voglio sperare che i nostri !gli e le nostre !glie questo punto di incontro lo troveranno ancora più naturale.
DM Serve un’armonia. C’è la sofferenza delle donne ma c’è anche quella degli uomini. Penso a un maschio portatore di valori femminili che, siccome si occupa dei !gli, viene visto come un non-uomo. E così si tira indietro, preoccupato dell’immagine virile che si sente obbligato a proiettare. Si adegua a un modello che non sempre gli corrisponde.
MB Dacia, io credo che alla !ne siamo fortunate, perché già solo essere donne è un inno alla vita. Con la nostra forza procreatrice siamo il simbolo della vita, che è l’opposto della guerra.
DM Grazie, Monica, di questa chiacchierata.
MB Grazie a te, Dacia. Spero di incontrarti presto, per continuare a parlarci.
DM È stato bello anche per me. Arrivederci, allora. E ti rinnovo tutta la mia stima. Non
ammirazione: stima.

Testo raccolto da Antonella Fiori

Published by Admin
April 14, 2022

fotografo Luc Braquet

Published by Admin
February 16, 2022

M.B.: “Artistically, I always have been inspired by the Italian actresses like Sophia Loren, Claudia Cardinale, Anna Magnani…. and for all the women that fight for their passion. That is why I accepted to play “Maria Callas: Letters and Memoirs” by Tom Volf, because she is a woman and artist I really appreciate.”

Monica Bellucci, photographed by Sabine Villiard and styled by Barbara Baumel for Schön! Magazine China N°2 Winter 2021/2022

Slider

Published by Admin